Scritto da COLLURA

Oltrecultura, in collaborazione con l’Associazione “Ad Alta Voce” e in partenariato con il Liceo Alfano I di Salerno, ha dato vita a “Laboratorio Opera ‘700”, incentrato sul doppio intermezzo di Giovan Battista Pergolesi “La serva padrona”.
La particolarità consiste nel dare risalto a quanto intorno ad essa la riproposizione parigina che Rousseau curò in prima persona, pose a corollario del capolavoro pergolesiano.
Resta inteso che la partitura napoletana sia , in sé perfettamente autosufficiente, ma le interpolazioni riportano ad una “Querelle” che segnò l’evoluzione del teatro musicale.
Composto su libretto di Gennaro Antonio Federico, ebbe la prima rappresentazione il 28 agosto 1733 a intermezzare l’opera seria “Il prigionier superbo” al Teatro San Bartolomeo di Napoli.
E’ per questo che assumono una speciale rilevanza le recite che si svolgeranno il giorno 4 novembre alla Chiesa della Graziella, che recupera gli spazi dell’antico e prestigioso Teatro San Bartolomeo.
«Abbiamo scelto il 4 novembre giorno onomastico del grande sovrano e del Teatro che egli volle donare alla città, per salutare il ritorno di “La serva padrona” di Pergolesi , dopo 285 anni, nel Teatro di San Bartolomeo – afferma il direttore Dario Ascoli – quello splendido teatro demolito per volere dello stesso Carlo III, ma la cui platea oggi è occupata dalla Chiesa della Graziella, riaperta nel 2014 grazie all’interessamento e al lavoro del maestro Ferdinando de Martino, presidente CERSIM, al quale siamo grati»
Con una certa forzatura, ma giustificata da esigenze epistemologiche, si ritiene che La serva padrona segni l’inizio dell’Opera Buffa, genere cui tuttavia l’Intermezzo non appartiene né a rigore può dire che anticipi, piuttosto ne ispira lo sviluppo.
Ma è Parigi ad essere determinante per la fama e il successo del capolavoro del musicista jesino, infatti già nel 1734 l’intermezzo varca le Alpi e approda all’ Académie Royale de Musique di Parigi e nella Reggia di Versailles e ben dodici anni dopo al Théâtre-Italien di Parigi.
La ripresa del 1752 ancora all'Académie Royale de Musique origina la cosiddetta Querelle des bouffons, ovvero la disputa tra i sostenitori dell'opera tradizionale francese di Jean-Baptiste Lully e Jean-Philippe Rameau, e quelli della nascente opera buffa italiana; con quest’ultima fazione si schierano gli enciclopedisti, primo tra tutti Jean Jacques Rousseau.
Gli intellettuali e la società si dividono non in maniera manichea e classista, perché sebbene la borghesia si schieri compatta con i “buffons” italiani, parte della nobiltà e persino la regina fa altrettanto.
L’esigenza di veicolare i contenuti a pubblici più vasti porta nel 1754 a riprendere l’intermezzo al Théâtre-Italien con il titolo di La servante-maîtresse e nella traduzione in versi di Pierre Baurans e Charles Simon Favart.
A partire dalla genesi del successo del capolavoro pergolesiano, Oltrecultura con il suo “Concentus Giuseppe Sigismondo” ha progettato una messa in scena in prima esecuzione moderna, della partitura adottata a Parigi nel 1754 e perciò bilingue italiano-francese, con la particolarità di rendere indipendenti i personaggi “francesi” che, nulla mutando nella partitura, interagiranno scenicamente con quelli “italiani” nei numeri composti da Pierre Baurans alla maniera di Pergolesi, marcando la distinzione tra l’originale partitura napoletana e le integrazioni francesi.
La circostanza porterà anche a ripristinare il duetto finale originario pergolesiano, a lungo sostituito da altro proveniente dall’opera “Il Flaminio”, per ormai anacronistiche ragioni di censura, ma esso diventerà un concertato a sei dalle marcate valenze sociali e storiche.
A Uberto e Serpina si affiancheranno Pandolphe e Zerbine che non saranno le “traduzioni” in francese dei due personaggi italiani, come previsto da Baurans, quanto due personaggi autonomi, di cui Pandolphe agirà sotto le mentite spoglie di Vespone fino alla rivelazione nel finale in cui egli impalmerà la sua Zerbine, mentre Serpina sarà divenuta sposa di Uberto proprio grazie alle macchinazioni di cui Vespone/Pandolphe sarà complice.
Ma per completare la locandina parigina che nell’intervallo tra i due intermezzi introduceva arie e danze dell’opera italiana, due contadini, che tra le due parti della commedia daranno vita a schermaglie amorose su melodie pergolesiane, nel finale diverranno protagonisti, intervenendo cantando in napoletano, nel grande sestetto finale e divenendo, in prospettiva, i veri protagonisti di un seguito che ai lavoratori assegnerà il primato in una partecipazione dialogata tra i certi rappresentati.
Napoli sarà la capitale da cui la futura società prenderà le mosse e a simboleggiarne il ruolo saranno Pulcinella e Pempinella, due ballerini, che dopo avere annunciato la trama nell’ouverture e danzato nell’intervallo, letteralmente condurranno la coppia contadina ad impossessarsi del ruolo paritario che ad essa compete.
Così Dario Ascoli: «Nella nostra revisione abbiamo voluto mantenere intelligibile il testo originario napoletano dato al San Bartolomeo nel 1733, ma a evidenziare il viaggio a Parigi e il ritorno in patria della partitura, abbiamo ripreso le interpolazioni di Pierre Baurans del 1754, affidandole però a personaggi e interpreti aggiuntivi che nel finale interagiscono con i due protagonisti in un grande concertato ricco di metafore sociali, che, nelle nostre intenzioni, assume il sapore del trionfo dell’opera buffa napoletana»
Si tratta di un’operazione che rende anche giustizia storica ad un periodo glorioso del settecento napoletano, ma rivela come anche i più illuminati sovrani si impegnino nella damnatio memoriae di chi li ha preceduti; accadde così che molto materiale del San Bartolomeo, assurto a simbolo della cultura del viceregno austriaco, venisse adoperato nella costruzione del Teatro San Carlo.
«Operazione di grande pregio quella proposta da Dario Ascoli nell'allestimento di questo “pasticcio”, oltretutto in un laboratorio didattico, filologicamente corretta, in quanto si pone sulla scia degli spettacoli tipici della Comédie Italienne programmati da Favart nel 1754, nell'intenzione di parodiare e tradurre, una volta andata via da Parigi la compagnia di Eustachio Bambini, i migliori spettacoli dei Bouffons italiani, che ci dà l'opportunità inedita di vedere a confronto il capolavoro buffo di Gennarantonio Federico e Pergolesi de La Serva Padrona(agosto 1733) con la sua versione francese realizzata da Pierre Baurans (agosto 1754), esattamente venti anni anni dopo, al culmine di un processo complesso di insediamento del “comico italiano” in Francia all'interno e grazie a un acceso dibattito ideologico e politico oltre che estetico» afferma Rosanna Di Giuseppe.
Con puntualità la docente di Poesia per Musica individua i fattori allora vincenti del celebre intermezzo: «La forza prorompente di quel lavoro pergolesiano che portava con sé un avanzamento della drammaturgia musicale nella direzione di un'adesione del linguaggio musicale alla parola nel senso della “verità” e della “naturalezza” poi così apprezzate dai “philosophes”, con protagonista il personaggio della serva, emblematico di tutto il teatro comico settecentesco, continua qui ad agire nel creativo adattamento di Dario Ascoli, allargandosi ad un ceto ancora più umile, in una sorta reinvenzione costante e rivoluzionaria propria del genere comico. Il tutto in un'esaltazione della quintessenza dello spettacolo “realistico” che fonde insieme lazzi, musica italiana, arie di stile francese, danze, dialoghi parlati e contaminazioni varie dello splendido Settecento musicale italiano ed europeo».
Di grande livello è stata la platea dei partecipanti al Laboratorio che si è fregiato della prestigiosa presenza dei maestri Maria Grazia Schiavo e Filippo Morace, due celebrità autorevoli e indiscusse nel repertorio settecentesco e non solo; in ordine alfabetico hanno dato vita a dieci giorni di meticoloso, ma frizzante lavoro coordinato da Mariapaola Meo: Gaia Ammaturo, Maurizio Bove,
Maria Cenname, Nicola Ciancio, Edoardo Ferrari, Italia Fiorentino, Flavia Fioretti, Chiara Imperato, Chiara La Porta, Chiara Marani, Chiara Nasti, Jaime Edoardo Pialli, Rosita Rendina, Carmen Senatore, Nicoletta Spagnolo, Maria Cristina Zarpellon.
La regia è stata curata da Tonia Barone, con le scene di Laura Lisanti, realizzate con Paolo Salvatore, e le coreografie di Massimiliano Scardacchi.

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